Dal 31 luglio 2025 non è più possibile stipulare nuovi contratti con le Agenzie di lavoro per ottenere i cosiddetti medici “a gettone”.
I professionisti reclutati attraverso cooperative o società esterne per coprire le gravi carenze di personale negli ospedali italiani non potranno più essere reclutati in questo modo; i contratti già in essere potranno proseguire fino alla loro naturale scadenza, ma non potranno essere rinnovati e il sistema entra ufficialmente in una nuova fase.
Per anni il fenomeno dei gettonisti è stato indicato come una delle principali distorsioni del Servizio Sanitario Nazionale. Costi elevati, turni affidati a professionisti esterni, difficoltà di integrazione con le équipe ospedaliere e criticità sotto il profilo della continuità assistenziale hanno alimentato un dibattito che ha portato il Governo a vietare il ricorso a nuovi contratti.
La domanda, però, oggi è un’altra.
Chi garantirà i servizi che fino a ieri erano assicurati proprio dai medici a gettone?
Eliminare una conseguenza non significa risolvere la causa
Su un punto CoAS Medici è sempre stato chiaro: il ricorso sistematico ai gettonisti non rappresentava una soluzione strutturale, ma il sintomo di una crisi molto più profonda.
Se un Pronto Soccorso arriva a coprire una quota significativa dei turni con personale esterno, il problema non è il professionista che accetta quell’incarico.
Il problema è un’organizzazione che non riesce più ad attrarre medici dipendenti e a garantire organici adeguati.
Negli ultimi anni il ricorso alle cooperative è cresciuto fino a interessare numerosi Pronto Soccorso italiani, con una spesa complessiva superiore ai due miliardi di euro tra il 2019 e il 2024 secondo i dati richiamati dall’ANAC.
Era un modello economicamente discutibile, ma consentiva di mantenere aperti servizi che altrimenti avrebbero rischiato la chiusura.
Il vero nodo resta la carenza di medici
Il divieto di attivare nuovi contratti non elimina improvvisamente la carenza di specialisti. Anzi.
Molti concorsi continuano ad andare deserti, soprattutto nelle discipline dell’emergenza-urgenza, anestesia e rianimazione e, soprattutto, in numerose sedi periferiche. Rendere il lavoro ospedaliero nuovamente attrattivo richiede interventi ben più ampi di un semplice divieto amministrativo.
Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro sostenibili, tutela professionale, riduzione della medicina difensiva, valorizzazione della carriera e una programmazione del personale che guardi ai prossimi dieci o quindici anni e non soltanto all’emergenza del momento.
Senza questi interventi, il rischio è che il problema cambi semplicemente nome.
Chi coprirà i turni?
È questa la domanda che molti direttori sanitari si stanno ponendo.
Le soluzioni oggi sul tavolo sono sostanzialmente quattro.
La prima consiste nell’aumentare il ricorso alle “Prestazioni Aggiuntive” del personale dipendente, con il rischio di aggravare ulteriormente il carico di lavoro di medici già sottoposti a turni particolarmente impegnativi.
La seconda punta sulle assunzioni, che tuttavia richiedono tempi incompatibili con le esigenze immediate di molti ospedali e, soprattutto, si scontrano con la cronica mancanza di candidati.
La terza prevede il ricorso a pensionati o a proroghe dell’attività lavorativa, soluzione che può tamponare alcune situazioni ma che difficilmente rappresenta una risposta strutturale.
La quarta è quella che CoAS Medici ha già denunciato nelle scorse settimane in relazione alle Case della Comunità: spostare dirigenti medici ospedalieri da un servizio all’altro per coprire le emergenze organizzative.
Su questo punto il sindacato è intervenuto con forza, denunciando il rischio che le esigenze del PNRR venissero scaricate sui dirigenti medici attraverso ordini di servizio impropri e trasferimenti non coerenti con il loro incarico professionale.
Il rischio è che a pagare siano sempre gli stessi
Ogni volta che il sistema sanitario si trova in difficoltà, la risposta delle Direzioni Sanitarie italiane di ogni latitudine, sembra essere sempre la stessa: chiedere un sacrificio ulteriore ai medici dipendenti.
Più turni. Più reperibilità. Più straordinari. Più flessibilità.
Ma una sanità pubblica non può reggersi indefinitamente sul senso di responsabilità dei propri professionisti.
Il rischio concreto è quello di aumentare ulteriormente il burnout, favorire nuove dimissioni volontarie e rendere ancora meno attrattiva la carriera ospedaliera, alimentando proprio quel circolo vizioso che ha portato alla nascita del fenomeno dei gettonisti.
La fine dei gettonisti non coincide con la fine dell’emergenza
La scelta di superare il sistema delle cooperative era probabilmente necessaria.
Ma abolire uno strumento, giudicato dal Governo inadeguato, soprattutto a seguito dei 2 miliardi di euro di spesa che ha determinato, non significa aver risolto il problema che ne aveva determinato la nascita.
Se non seguiranno investimenti reali sul personale, nuove assunzioni, una diversa organizzazione del lavoro e un piano credibile per valorizzare la professione medica, il rischio è che molti ospedali si trovino presto davanti a una domanda tanto semplice quanto preoccupante.
Quali servizi riusciremo ancora a garantire?
Per CoAS Medici la risposta non può essere quella di chiedere ai dirigenti medici di colmare, ancora una volta, le carenze della programmazione sanitaria. Il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di riforme strutturali, non di continue soluzioni emergenziali che cambiano forma ma lasciano irrisolto il problema di fondo.
La vera sfida non è eliminare i medici a gettone, è creare un sistema nel quale i medici non abbiano più alcun motivo per scegliere di diventare gettonisti.


