Quando CoAS Medici pubblicò il 15 maggio scorso l’articolo “PNRR e Case della Comunità: la corsa alle scadenze non può ricadere sui dirigenti medici“, molti considerarono eccessivamente allarmistiche le preoccupazioni espresse dal sindacato. Oggi, a poche settimane dalla scadenza del 30 giugno 2026 prevista dal PNRR per l’attivazione delle Case della Comunità, gli eventi sembrano invece confermare esattamente quanto denunciato allora.
La questione nasce dalla difficoltà di rendere realmente operative le nuove strutture territoriali previste dal D.M. 77/2022. In molte regioni, infatti, gli edifici sono stati completati, ma permane il problema più importante:
chi avrebbe dovuto garantire la presenza medica necessaria per rispettare gli standard richiesti dall’Unione Europea?
Di fronte all’impossibilità di imporre ai Medici di Medicina Generale convenzionati la presenza nelle Case della Comunità e alla carenza di specialisti ambulatoriali, diverse Aziende sanitarie avevano iniziato a valutare l’impiego di dirigenti medici ospedalieri per coprire gli ambulatori territoriali.
Una scelta che CoAS Medici aveva contestato con forza, evidenziando come essa avrebbe sottratto personale ai reparti già in difficoltà, aumentato le liste d’attesa e scaricato sui dirigenti medici responsabilità estranee al loro incarico professionale.
Però, nel Veneto, dove il confronto è stato particolarmente acceso, la vicenda sembra ora aver trovato una soluzione diversa. Secondo quanto riportato dalla stampa regionale, Regione Veneto e organizzazioni dei Medici di Medicina Generale hanno raggiunto un accordo che prevede la copertura dei turni nelle Case di Comunità attraverso la partecipazione dei M.M.G., remunerati con un compenso di circa 60 euro lordi all’ora, che va ad aggiungersi ai loro emolumenti che, secondo il legislatore (Ministro Schillaci), erano comprensivi della attività presso le C.d.C.
L’accordo punta a garantire l’apertura degli ambulatori territoriali e a consentire alla Regione di raggiungere gli obiettivi previsti dal PNRR.
La vicenda assume un aspetto tragicomico all’italiana: aspetto che merita una riflessione più ampia.
Quando si è trattato di chiedere ai dirigenti medici ospedalieri di coprire i servizi territoriali, la proposta è stata presentata come una necessità organizzativa derivante dall’emergenza PNRR.
Quando invece il confronto si è spostato sui Medici di Medicina Generale, la soluzione è stata individuata attraverso una remunerazione aggiuntiva specifica.
Il risultato è che tutti i soggetti coinvolti sembrano aver trovato un punto di equilibrio. Le Regioni potranno certificare l’operatività delle Case della Comunità e permettere allo Stato Italiano di accedere alle risorse europee; i Medici di Medicina Generale ottengono nuove risorse economiche; le Aziende sanitarie evitano il rischio di perdere finanziamenti; i dirigenti medici ospedalieri, almeno per ora, non saranno costretti a dividersi tra ospedale e territorio.
Resta però aperta la questione più importante: le Case di Comunità riusciranno davvero a risolvere i problemi dell’assistenza territoriale?
Il D.M. 77 aveva immaginato queste strutture come il fulcro di una nuova organizzazione sanitaria, capace di spostare il baricentro dall’ospedale al territorio, integrando medici di famiglia, specialisti, infermieri di comunità, assistenti sociali e servizi di telemedicina.
Tuttavia, l’intera vicenda delle ultime settimane ha mostrato come la difficoltà principale non sia la costruzione degli edifici, ma la disponibilità delle risorse professionali necessarie per farli funzionare.
Le Case di Comunità non possono diventare semplicemente contenitori vuoti da inaugurare per rispettare una scadenza europea. La vera sfida sarà garantire una presenza stabile e continuativa di professionisti, costruire percorsi assistenziali integrati e rendere realmente accessibili i servizi ai cittadini.
In questo senso, la soluzione individuata in Veneto rappresenta probabilmente un compromesso necessario per raggiungere gli obiettivi immediati del PNRR, ma non risolve il nodo strutturale della riforma territoriale. Finché non verrà affrontato in modo definitivo il rapporto tra medicina convenzionata e Servizio sanitario nazionale, il rischio è che le Case di Comunità restino un progetto incompiuto, sostenuto più da incentivi economici straordinari che da una reale riorganizzazione del sistema.
CoAS Medici continuerà a vigilare affinché il completamento del PNRR non diventi un pretesto per trasferire sui dirigenti medici responsabilità organizzative che non appartengono al loro ruolo e affinché la costruzione della sanità territoriale avvenga attraverso investimenti strutturali e programmazione, non mediante soluzioni emergenziali dettate dalle scadenze.
Per segnalare incongruenze normative che andassero a colpire i Dirigenti Medici, scrivete a segretario@coasmedici.it


