News

Case della Comunità e trasferimenti forzati: il caso Vicenza accende il confronto nazionale

La riforma della medicina territoriale prevista dal DM 77 del 23 maggio 2022 rappresenta uno dei pilastri della Missione 6 del PNRR. Le Case della Comunità dovrebbero costituire il nuovo punto di riferimento per i cittadini, integrando assistenza sanitaria, sociosanitaria e servizi sociali in un modello capace di superare la tradizionale centralità dell’ospedale e garantire una presa in carico continuativa delle persone fragili e croniche.

Nelle intenzioni del legislatore, le Case di Comunità non sono un semplice poliambulatorio, ma una struttura organizzata attorno a un’équipe multidisciplinare composta da Medici di Medicina Generale, Pediatri di Libera Scelta, Infermieri di Famiglia e Comunità, specialisti ambulatoriali, assistenti sociali e altri professionisti del territorio. Un sistema che dovrebbe lavorare in stretta connessione con le Centrali Operative Territoriali, con gli Ospedali di Comunità e con gli strumenti della telemedicina, favorendo la continuità assistenziale e la gestione della cronicità.

Il principio è condivisibile. Il problema nasce quando la realizzazione concreta di questo modello viene affrontata senza il personale previsto e senza una programmazione adeguata.

Il caso dell’AULSS 8 Berica

È quanto sta accadendo in Veneto, dove le organizzazioni sindacali della dirigenza medica e sanitaria dell’AULSS 8 Berica hanno assunto una posizione unitaria contro la decisione aziendale di destinare medici specialisti ospedalieri agli ambulatori delle Case di Comunità.

ANAAO Assomed, CIMO-FESMED, AAROI-EMAC, FASSID, COAS, FVM e FP CGIL Medici hanno denunciato una scelta organizzativa che, secondo le sigle sindacali, rischia di compromettere sia il funzionamento degli ospedali sia il corretto sviluppo della medicina territoriale.

LEGGI IL COMUNICATO EMESSO DALL’INTERSINDACALE

Secondo quanto riportato nel documento intersindacale, la Direzione Aziendale avrebbe avviato una manovra finalizzata a coprire le attività delle nuove Case della Comunità utilizzando personale specialistico ospedaliero già in servizio nei reparti. Una soluzione che viene letta come il tentativo di rispondere alle scadenze del PNRR senza aver preventivamente risolto il problema della carenza di medici territoriali e specialisti ambulatoriali.

La conseguenza immediata sarebbe lo spostamento di professionisti da strutture ospedaliere già in sofferenza verso attività territoriali che avrebbero dovuto essere sostenute da personale dedicato.

CoAS aveva già lanciato l’allarme il 15 maggio

La vicenda vicentina non arriva però come una sorpresa. Già il 15 maggio scorso CoAS Medici aveva pubblicato un approfondimento dal titolo PNRR e Case della Comunità: la corsa alle scadenze non può ricadere sui dirigenti medici, nel quale veniva evidenziato il rischio che le Aziende sanitarie, nel tentativo di rispettare le stringenti milestone europee fissate per il 30 giugno 2026, potessero ricorrere a soluzioni organizzative improprie basate sul trasferimento di specialisti ospedalieri verso le nuove strutture territoriali.

In quell’analisi CoAS aveva sottolineato come la carenza di Medici di Medicina Generale e di professionisti territoriali dedicati avrebbe inevitabilmente spinto alcune Aziende a cercare personale all’interno degli ospedali, con il rischio di creare un doppio danno: indebolire reparti già in difficoltà e attribuire ai dirigenti medici attività non coerenti con il proprio incarico professionale.

A distanza di poche settimane, quanto denunciato allora sembra trovare una concreta conferma nella situazione che si è sviluppata nell’AULSS 8 Berica, dove l’intera rappresentanza sindacale della dirigenza medica ha ritenuto necessario assumere una posizione unitaria contro la dislocazione degli specialisti ospedalieri nelle Case della Comunità.

Per questo motivo il caso Vicenza assume un valore che va ben oltre i confini regionali: rappresenta il primo grande banco di prova nazionale della sostenibilità reale del modello organizzativo previsto dal DM 77 e della capacità delle Aziende sanitarie di attuarlo senza scaricare sui dirigenti medici le conseguenze delle carenze strutturali del sistema.

Il DM 77 non prevede lo svuotamento degli ospedali

È importante ricordare che il DM 77 non nasce per trasferire risorse dall’ospedale al territorio senza investimenti aggiuntivi. Al contrario, il decreto immagina un rafforzamento complessivo dell’assistenza territoriale attraverso nuove assunzioni, nuovi profili professionali e una diversa organizzazione dei servizi.

Le Case di Comunità dovrebbero essere alimentate principalmente dalla presenza dei Medici di Medicina Generale, degli Infermieri di Famiglia e Comunità, degli specialisti ambulatoriali territoriali e delle altre figure previste dalla riforma.

Utilizzare gli specialisti ospedalieri come soluzione strutturale per garantire l’apertura delle Case della Comunità a pochi giorni dalla scadenza temporale del 30 giugno per rispettare il cronoprogramma dell’Europa per la cessione della sesta rata del PNRR all’Italia, rischia invece di produrre un duplice effetto negativo: indebolire l’ospedale e contemporaneamente snaturare il modello territoriale immaginato dal legislatore.

Il tema contrattuale

La contestazione sindacale non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi, ma anche il rispetto delle regole contrattuali. Le organizzazioni sindacali ricordano che il dirigente medico è assegnato a una specifica struttura e che l’incarico professionale è strettamente collegato alla sede individuata nel contratto individuale di lavoro.

Eventuali modifiche della sede o dell’organizzazione delle attività non possono essere considerate automatiche né essere imposte senza il rispetto delle procedure previste dal CCNL dell’Area Sanità.
In particolare, l’articolo 34 del contratto disciplina le procedure di mobilità d’ufficio e prevede specifici momenti di informazione e confronto sindacale.

Secondo l’intersindacale dell’AULSS 8 Berica, tali passaggi non sarebbero stati rispettati.

Le organizzazioni sindacali sottolineano inoltre che l’accesso alle strutture territoriali esterne all’ospedale può avvenire solo su base volontaria o mediante specifici atti formali adeguatamente motivati. Non sarebbe quindi configurabile una generica disponibilità obbligatoria del dirigente medico a essere utilizzato in qualsiasi struttura aziendale.

Una questione che riguarda tutta Italia

La vicenda vicentina non rappresenta un caso isolato.

In molte regioni le Aziende sanitarie si trovano oggi a dover rispettare le stringenti scadenze del PNRR senza disporre del personale necessario per garantire il funzionamento delle nuove strutture territoriali.

Il rischio è che la pressione derivante dagli obiettivi europei venga scaricata sui professionisti già in servizio, attraverso trasferimenti, riorganizzazioni improvvisate e ordini di servizio che finiscono per spostare il problema senza risolverlo.

Ma una Casa di Comunità aperta sottraendo specialisti agli ospedali non rappresenta un vero potenziamento dell’assistenza territoriale. Rappresenta semplicemente uno spostamento di risorse da un settore già in difficoltà a un altro altrettanto fragile.

La posizione di CoAS Medici

CoAS Medici condivide la necessità di sviluppare una medicina territoriale moderna, efficiente e vicina ai cittadini. Le Case di Comunità possono rappresentare uno strumento importante per migliorare la continuità assistenziale, ridurre gli accessi impropri agli ospedali e garantire una migliore gestione delle patologie croniche.

Tuttavia, questo obiettivo non può essere perseguito attraverso lo svuotamento degli ospedali o mediante trasferimenti forzati di dirigenti medici.
La riforma territoriale deve essere accompagnata da investimenti reali sul personale, da nuove assunzioni e da una programmazione coerente con il modello previsto dal DM 77.

Le scadenze del PNRR non possono diventare il pretesto per aggirare le garanzie contrattuali o per chiedere ai professionisti di compensare con il proprio sacrificio le carenze organizzative del sistema.

La tutela della qualità delle cure, della dignità professionale dei dirigenti medici e della sicurezza dei pazienti deve rimanere la priorità assoluta. Sempre.


Leggi anche: PNRR e Case della Comunità: la corsa alle scadenze non può ricadere sui dirigenti medici (15 maggio 2026)

Scopri di più da CoAS Medici

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere