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Medicina, 220 studenti spediti a Tirana: davvero questa è la soluzione alla carenza di medici?

Il nuovo sistema di accesso a Medicina avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Più posti disponibili, meno ostacoli all’ingresso, maggiore capacità formativa del Paese. Eppure, a pochi mesi dalla sua applicazione, una vicenda ha riacceso polemiche e interrogativi che meritano attenzione.

Parliamo dei 220 studenti risultati ammessi al corso di laurea in Medicina attraverso il nuovo meccanismo del “semestre filtro” e assegnati alla sede di Tirana (si, Tirana in Albania) del percorso congiunto tra l’Università di Roma Tor Vergata e l’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio (in Albania appunto). 

La notizia è stata raccontata sui social in termini spesso sensazionalistici, arrivando persino a evocare presunti collegamenti – do ut des – con gli accordi tra Italia e Albania sulla gestione dei migranti. Al momento non esiste alcun elemento che supporti questa interpretazione.

Ma il fatto che una interpretazione sia infondata non significa che il problema non esista.

I posti c’erano davvero, ma la trasparenza è sufficiente?

Formalmente i 220 posti di Tirana erano presenti ed indicati nell’offerta formativa pubblicata dal Ministero e dall’Università. La sede albanese risultava prevista correttamente tra le opzioni selezionabili dagli studenti. Tuttavia, numerosi candidati hanno dichiarato di non aver compreso pienamente che la sede fosse all’estero e che il percorso presentasse caratteristiche molto diverse, tra cui notevoli differenze economiche, da quelle di un tradizionale corso statale italiano. 

La questione non è quindi solo giuridica ma anche sostanziale.

Quando uno studente compila decine di preferenze per cercare di entrare a Medicina, può davvero valutare consapevolmente le conseguenze logistiche, economiche e personali di un trasferimento in un altro Paese?

Un posto in Albania equivale a un posto in Italia?

La domanda più delicata riguarda la programmazione universitaria. Da anni il Paese denuncia una cronica carenza di medici. Per rispondere a questa emergenza si aumentano progressivamente i posti disponibili nei corsi di laurea. Ma se una parte di questi posti viene collocata fuori dal territorio nazionale, si può davvero parlare di incremento della capacità formativa italiana?

Il percorso di Tirana nasce grazie a un accordo internazionale e produce un titolo riconosciuto. Da questo punto di vista non vi è alcuna illegittimità. 

Resta però il dubbio politico: il Governo sta aumentando i posti nelle università italiane oppure sta semplicemente ampliando la disponibilità attraverso sedi estere convenzionate?

La questione economica

La polemica è esplosa soprattutto per i costi.

Inizialmente gli studenti assegnati a Tirana avrebbero dovuto sostenere una retta di circa 9.650 euro annui, molto superiore a quella normalmente applicata negli atenei pubblici italiani. Solo dopo le proteste e l’intervento della Ministra Bernini si è arrivati a una revisione del sistema contributivo, con l’applicazione di criteri analoghi a quelli italiani basati sull’ISEE. 

Questo episodio dimostra che il problema esisteva realmente. Se non ci fosse stata una mobilitazione pubblica, centinaia di famiglie si sarebbero trovate davanti a costi imprevisti e difficilmente sostenibili.

Chi ha preso questa decisione?

Molti si chiedono se una scelta di questo tipo possa essere adottata semplicemente attraverso un decreto direttoriale o atti amministrativi del Ministero.

In realtà la questione è più complessa.

L’attivazione del corso congiunto deriva da procedure di accreditamento universitario e dall’inserimento dei relativi posti nell’offerta formativa nazionale. Non si tratta quindi di una decisione assunta da un singolo dirigente in modo autonomo, ma di un insieme di atti amministrativi e autorizzazioni che coinvolgono università, MUR e organismi di valutazione. 

Ciò non elimina però il problema politico della trasparenza e dell’opportunità.

Il vero nodo: programmare o aggirare?

La sanità italiana ha bisogno di più medici, su questo esiste un consenso quasi unanime. Ma aumentare i numeri non basta. Occorre chiedersi come vengono creati questi nuovi posti e se gli studenti siano messi nelle condizioni di effettuare scelte realmente consapevoli.

La vicenda di Tirana dimostra che una programmazione costruita prevalentemente su accordi esterni rischia di generare confusione, disparità e contenziosi.
Se l’obiettivo è formare più medici per il Servizio sanitario nazionale, forse la priorità dovrebbe essere investire nelle università italiane, nei policlinici universitari e nelle strutture formative del territorio nazionale, anziché affidarsi a soluzioni che rischiano di apparire come scorciatoie amministrative.
Non ultima dovrebbe essere la valutazione della attrattività della professione medica e di tutte le sue declinazione, in quanto siamo memori della scarsa affluenza alla frequenza della facoltà sia dei Corsi di Specializzazione. Quest’anno scorso, alcune Specializzazioni hanno faticato a saturare il 30 % dei posti messi a disposizione dei giovani laureati.

Perché il diritto allo studio non si misura soltanto dal numero dei posti dichiarati disponibili.

Si misura anche dalla chiarezza delle regole, dalla trasparenza delle procedure e dalla reale possibilità per ogni studente di accedere alla formazione senza ostacoli economici o logistici inattesi.