Ecco i numeri del collasso silenzioso
Nella prossima puntata di Report (RAI3), verrà affrontato un tema che CoAS Medici denuncia da anni: la progressiva riduzione dei Pronto Soccorso in Italia e le ricadute devastanti su personale e cittadini.
Tra i casi documentati anche quello del Pronto Soccorso dell’Università di Tor Vergata (Roma), oggi simbolo di una rete nazionale che si sta lentamente sgretolando.
Meno Pronto Soccorso, più pressione
Dal 2003 al 2023, i Pronto Soccorso italiani sono passati da 659 a 433:
226 in meno in vent’anni.
Solo nell’ultimo decennio, il calo è stato del 12%.
In parallelo, sono diminuiti anche i DEA (Dipartimenti di Emergenza e Accettazione): da 322 nel 2013 a 284 nel 2023(-7,7%).
Questo vuol dire meno presidi territoriali, meno possibilità di accesso diretto e più distanza dalle cure per i cittadini.
Tagli anche ai servizi connessi
La riduzione ha interessato anche i servizi fondamentali legati all’emergenza-urgenza:
- Ambulanze di tipo A (emergenza): da 1.222 a 1.182 (-3,2%)
- Ambulanze di tipo B (trasporto): da 725 a 416 (-42%)
- Centri di rianimazione: da 417 a 397 (-5%)
Un intero sistema viene depotenziato, pezzo dopo pezzo, senza un vero piano di riconversione o rafforzamento alternativo.
Accessi in calo, ma sovraccarico in aumento
Nel 2023 gli accessi totali ai Pronto Soccorso sono stati 18,35 milioni, contro i 20,55 milioni del 2013 (-10,7%).
Ma la pressione è aumentata: la media di accessi per struttura è passata da 34.000 a quasi 42.000 all’anno.
➡️ Meno strutture = più affollamento per ciascuna = più stress per il personale.
Come raccontano tanti colleghi, l’ordinario è diventato emergenza.
E ogni giorno, senza preavviso, il sistema rischia il blocco.
“Non è solo una questione di numeri. È una questione di dignità delle cure.”
— Affermazione di un Medico di Pronto Soccorso in un grande ospedale romano.
Personale in fuga, stress alle stelle
I medici dei Pronto Soccorso sono i primi a subire l’impatto di questa crisi: turni massacranti, aggressioni verbali e fisiche, carenze di organico con turni ravvicinati, burnout che coinvolge tutti, in modo costante.
Non sorprende che siano proprio loro i più propensi a dimettersi da un giorno all’altro, o chiedere trasferimenti verso settori meno critici.
Il pronto soccorso, da presidio strategico, sta diventando un luogo di abbandono istituzionale, lasciato alla sola resilienza del personale sanitario.
Questo non ci stupisce, considerato il livello dei luminari che presiedono agli aspetti organizzativi.
Il richiamo della Corte dei Conti
La stessa Corte dei Conti ha recentemente ammonito, in una relazione sulla sanità italiana, che:
“Senza investimenti sull’assistenza territoriale e domiciliare, sarà impossibile garantire i livelli essenziali di assistenza.”
Una verità che CoAS Medici denuncia da anni:
senza un presidio forte del territorio, i Pronto Soccorso restano, per i pazienti, l’unico punto di riferimento.
E così si va al collasso.
Serve un’inversione di rotta. Ora.
Tagliare i Pronto Soccorso senza rafforzare la medicina territoriale, gli ambulatori, l’assistenza infermieristica e domiciliare, significa lasciare senza assistenza milioni di cittadini e logorare il personale sanitario ospedaliero che sarà inevitabilmente chiamato a sopperire alle carenze del territorio.
📣 CoAS Medici chiede:
- Una mappa chiara del rischio sanitario regionale
- Investimenti strutturali e assunzionali mirati
- Rilancio della medicina d’emergenza come disciplina centrale
- Riconoscimento e tutela del personale medico dei P.S.
Senza queste misure, il Pronto Soccorso rischia di diventare il simbolo di una sanità che non cura più, ma trattiene e rimanda.
📩 Continuiamo a raccogliere segnalazioni e testimonianze dei colleghi:
Scrivici per raccontarci cosa accade nei tuoi turni, nel tuo reparto, nel tuo ospedale.



