C’è un punto in cui una riforma smette di essere un intervento tecnico e diventa una questione di potere.
Il disegno di legge n. 2735 sulla revisione del reclutamento universitario, già approvato dal Senato e atteso alla Camera per il voto definitivo del 26 maggio, sembra avere ormai superato quel confine.
Il Governo presenta il provvedimento come una modernizzazione del sistema universitario:
– più autonomia agli atenei,
– maggiore valorizzazione della didattica,
– criteri scientifici aggiornati e nuove modalità di selezione dei docenti.
Ma dietro questa narrazione si nasconde un cambiamento molto più profondo, che rischia di riportare l’università italiana verso un modello nel quale il merito diventa sempre meno identificabile, o verificabile, e la discrezionalità sempre più dominante.
Per comprendere la portata della riforma bisogna ricordare che l’attuale impianto nasce dalla legge Gelmini del 2010 e dal decreto ministeriale 243/2011, norme che — pur con molti limiti — avevano introdotto alcuni argini alle distorsioni storiche del sistema universitario italiano.
Standard nazionali, abilitazione scientifica, criteri comparabili e maggiore tracciabilità delle procedure avevano almeno parzialmente ridotto il peso delle logiche localistiche e dei concorsi “destinati ai predestinati”.
Oggi quel modello viene progressivamente smontato per riaffermare e valorizzare la “Predestinazione“.
La modifica più delicata riguarda la possibilità per gli atenei di bandire posti non più soltanto per settore scientifico-disciplinare, ma anche per “specifici ambiti tematici”.
Una formulazione apparentemente innocua, ma che cambia radicalmente il sistema.
Fino a oggi un concorso poteva essere aperto, ad esempio, per “chirurgia generale” o “diritto privato”. Con la nuova disciplina sarà possibile restringere ulteriormente il profilo richiesto, individuando nicchie estremamente specifiche coerenti con la programmazione strategica dell’ateneo o, per l’area medica, con le esigenze clinico-assistenziali.
Tradotto nella pratica quotidiana dell’università italiana, il rischio è evidente: “bandi costruiti attorno al curriculum del candidato già individuato.”
Non è un sospetto astratto.
Chi conosce il sistema universitario sa bene che la profilazione estrema dei requisiti rappresenta da sempre uno degli strumenti più efficaci per restringere artificialmente la platea dei concorrenti e degli eventuali ricorrenti.
La differenza tra selezionare il migliore e selezionare “quello già scelto” spesso passa proprio dalla definizione del profilo richiesto.
La riforma introduce inoltre nuove forme di valutazione qualitativa. Le commissioni potranno prevedere la discussione delle pubblicazioni scientifiche e una prova didattica su temi scelti dalla commissione stessa.
Anche in questo caso, il problema non è il principio in sé. Valutare realmente un candidato è corretto. Il punto è un altro: quanto quella valutazione sarà verificabile, controllabile e contestabile.
Quando i criteri diventano meno standardizzati e più discrezionali:
- aumenta il peso soggettivo delle commissioni;
- diminuisce la trasparenza delle decisioni;
- si riduce la possibilità di ricorrere efficacemente contro valutazioni arbitrarie.
In sostanza, il rischio è che il concorso universitario torni a essere meno una competizione e diventi ancor più una formalità da soddisfare, in quanto l’Università è parte della Pubblica Amministrazione.
Un altro passaggio centrale riguarda il superamento dell’abilitazione scientifica nazionale come architrave del sistema. Il nuovo testo sostituisce l’attuale modello con requisiti di produttività e qualificazione scientifica definiti tramite decreto ministeriale e aggiornabili nel tempo.
L’abilitazione nazionale aveva certamente mostrato limiti e criticità, ma garantiva almeno una soglia comune su base nazionale. Con la nuova impostazione, il sistema rischia di diventare più frammentato, più variabile e maggiormente esposto a pressioni locali o politiche corporative e nazionali.
Nel settore medico-universitario il problema assume una dimensione ancora più delicata.
La riforma prevede infatti che i bandi possano essere modellati anche sulle “specifiche esigenze clinico-assistenziali”.
Questo significa che il profilo del candidato potrà essere costruito non soltanto sulla produzione scientifica, ma anche sulle necessità operative del reparto o della struttura sanitaria universitaria.
È una scelta che può apparire ragionevole sul piano organizzativo. Ma combinata con la profilazione tematica dei bandi, rischia di restringere ulteriormente il campo fino a renderlo quasi predeterminato.
E qui il problema non riguarda più soltanto l’università.
Riguarda la qualità futura della formazione medica, della ricerca scientifica e dell’assistenza sanitaria. Perché chi viene selezionato oggi sarà il docente che formerà i medici di domani, guiderà le scuole di specializzazione e determinerà gli standard clinici e accademici delle prossime generazioni.
Il Governo rivendica maggiore flessibilità e autonomia degli atenei. Ma l’autonomia, senza contrappesi forti e controlli rigorosi, rischia di trasformarsi in arbitrio.
Ed è proprio questo il nodo politico della riforma.
In un sistema storicamente fragile come quello universitario italiano, introdurre maggiore libertà nella definizione dei bandi, maggiore discrezionalità nella valutazione, minori riferimenti nazionali uniformi, non significa semplicemente modernizzare le procedure. Significa spostare l’equilibrio del sistema.
La domanda finale è molto semplice, eppure nessuno sembra volerla porre apertamente: <<questa riforma renderà più difficile o più facile pilotare un concorso universitario? >>
Se anche solo la risposta potenziale fosse “più facile”, allora il problema non sarebbe tecnico ma profondamente politico.
Perché i concorsi universitari non selezionano soltanto carriere, selezionano il futuro della ricerca, della formazione e della sanità italiana.
E quando le regole diventano opache, il rischio è che il merito smetta di essere il criterio decisivo e torni a prevalere ciò che l’università italiana aveva già conosciuto troppo bene in passato: la cooptazione mascherata da selezione pubblica.


