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Medici extra-UE, autocertificazioni e “doppio binario”: quando l’emergenza diventa sistema

Negli ultimi anni, nel silenzio generale e con la giustificazione dell’emergenza pandemica, il Servizio sanitario nazionale ha introdotto una delle deroghe più controverse e meno conosciute della storia recente della professione medica: l’ingresso nei reparti ospedalieri di professionisti sanitari extra-UE attraverso procedure semplificate basate sull’autocertificazione del titolo di studio.

Una scelta nata come misura eccezionale per far fronte alla carenza di personale, ma che col tempo si è trasformata in un sistema parallelo di accesso alla professione, attraverso elenchi ordinistici creati all’uopo, privo di controlli e caratterizzato da forti criticità giuridiche, professionali e organizzative.

Il tema è tornato al centro del dibattito dopo la comparsa sulla stampa di numerosi casi di professionisti che, in diverse sedi: Oristano, Torino, etc., esercitavano all’interno di Ospedali attraverso autocertificazioni di lauree mai conseguite. Questa ripetizione di modalità a dir poco clownesche ha richiamato la nostra attenzione sul fenomeno del cosiddetto “doppio binario” per i sanitari extra-UE.

Secondo i dati riportati dall’Ordine dei Medici di Torino, solo in Piemonte risultano 3.224 sanitari extra-UE operanti con riconoscimento regionale e non nazionale o ministeriale, tra cui 518 medici e oltre 160 odontoiatri. Una situazione resa possibile da procedure derogatorie introdotte durante l’emergenza Covid e successivamente prorogate, senza che venisse mai costruito un sistema nazionale uniforme di verifica dei titoli. 

La deroga emergenziale diventata regola

Il problema non riguarda l’arrivo di professionisti stranieri qualificati. Nessuno mette in discussione il contributo che molti medici provenienti dall’estero hanno fornito e continuano a fornire al sistema sanitario italiano. La questione riguarda invece le modalità con cui lo Stato italiano ha scelto di verificare – o, più precisamente, di non verificare – alcuni requisiti fondamentali per l’esercizio della professione medica.

Mentre ai medici italiani con laurea italiana (che da molti anni ha assunto anche il valore di titolo abilitante alla professione) vengono richiesti laurea, abilitazione, specializzazione, iscrizione all’Ordine e procedure concorsuali rigorose, negli anni dell’emergenza pandemica si è costruita una corsia parallela fondata in larga parte sull’autocertificazione del titolo professionale.

Come CoAS Medici Dirigenti ha già sottolineato in precedenti pagine, si è arrivati al paradosso di consentire l’iscrizione temporanea negli elenchi speciali degli Ordini, persone provenienti da Paesi extra-UE, con la semplice “autocertificazione della laurea”, cioè con procedure comunicate alle Regioni e agli Ordini senza un vero confronto parlamentare o pubblico.

Il risultato è stato un sistema definito emergenziale, ma che prosegue, e sembra quindi progressivamente “normal2”.

Il TAR Lombardia: la deroga non elimina i controlli

Sul piano giuridico la questione è tutt’altro che irrilevante.

Il TAR Lombardia ha già chiarito che la deroga normativa introdotta durante l’emergenza riguarda esclusivamente gli aspetti procedurali e non può eliminare l’obbligo di accertamento delle competenze professionali e della validità dei titoli. 

In altre parole: accelerare le procedure, ed accettare in prima istanza una autocertificazione, non significa rinunciare alle verifiche. Eppure, proprio questo sembra essere accaduto in molte realtà regionali.

Secondo le analisi sviluppate sul tema, non esistono oggi dati ufficiali che quantifichino quante autocertificazioni siano state realmente controllate, quanti titoli siano stati verificati ex post o quanti casi di irregolarità siano emersi negli ultimi anni. 

Il Decreto-legge 56 del 2023 prevedeva che entro 90 giorni venisse raggiunta un’intesa Stato-Regioni per uniformare le procedure. Ma quell’intesa tra Stato e Regioni non è mai arrivata.

Il risultato è un vuoto normativo che ha lasciato alle singole Regioni ampi margini interpretativi, organizzativi e di verifiche, senza precisare i limiti opportuni per documentare l’interesse della politica locale e nazionale a controllare il fenomeno per garantire ai cittadini la professionalità dei “Curanti”..

Il rischio sistemico per la professione e per i cittadini

Il punto centrale non è stabilire quanti casi irregolari esistano realmente. Ad oggi nessuno dispone di numeri certi. Il vero problema è che il rischio di esercizio abusivo della professione sia diventato o diventi strutturalmente possibile.
Se il titolo non viene verificato in modo adeguato, l’iscrizione all’Ordine può risultare formalmente valida ma sostanzialmente viziata. E questo apre scenari estremamente delicati sia sul piano penale sia sul piano della responsabilità sanitaria.

Le ipotesi teoricamente configurabili vanno dall’esercizio abusivo della professione al falso ideologico in autocertificazione, fino alla responsabilità amministrativa delle strutture che abbiano consentito l’esercizio professionale senza adeguati controlli

Naturalmente ciò non significa affermare che migliaia di professionisti operino illegalmente. Sarebbe scorretto e irresponsabile. Ma significa riconoscere che il sistema costruito durante l’emergenza presenta vulnerabilità evidenti e che lo Stato – dopo anni dall’emergenza epidemica – non ha ancora predisposto strumenti trasparenti e uniformi per garantire controlli efficaci.

Il silenzio delle istituzioni

Uno degli aspetti più critici della vicenda è proprio il silenzio istituzionale.

Né il Ministero della Salute, né le Regioni, né la FNOMCeO hanno pubblicato report nazionali completi sulle verifiche effettuate negli ultimi anni. Non esiste un registro trasparente delle posizioni controllate, né un quadro pubblico delle eventuali irregolarità emerse. 
Nel frattempo, il sistema continua a funzionare in regime derogatorio, ed è inevitabile che questo alimenti sfiducia sia tra i cittadini sia tra i professionisti che hanno seguito il percorso ordinario previsto dalla normativa italiana ed europea.

CoAS: servono controlli veri, non propaganda

CoAS Medici Dirigenti ritiene che il tema non possa essere affrontato né con slogan ideologici né con atteggiamenti xenofobi.

Il problema non è il medico straniero.

Il problema è uno Stato che, invece di costruire procedure rapide ma rigorose di riconoscimento dei titoli, ha scelto scorciatoie amministrative che rischiano di compromettere la credibilità stessa del sistema ordinistico e della professione medica.

La sicurezza dei pazienti non può basarsi su procedure opache o su verifiche affidate alla discrezionalità o buona volontà territoriale.

Per questo CoAS ritiene necessario:

  • completare immediatamente l’intesa Stato-Regioni prevista dal DL 56/2023;
  • avviare verifiche documentali uniformi su tutte le iscrizioni derogatorie effettuate dal 2021 al 2025;
  • sospendere i rinnovi automatici delle iscrizioni temporanee in assenza di controlli;
  • creare un registro nazionale trasparente delle verifiche effettuate;
  • costruire percorsi rapidi ma rigorosi per il riconoscimento dei titoli realmente validi.

Una questione che riguarda tutta la professione

Questa vicenda riguarda tutti i pazienti che vogliono la sicurezza di trovare negli ospedali medici laureati e specializzati.

Riguarda il valore del titolo professionale, la credibilità di tutti i meccanismi di controllo e verifica, la credibilità degli Ordini provinciali, la fiducia e sicurezza dei pazienti e il rispetto delle regole che dovrebbero valere per chiunque eserciti una professione sanitaria.
Per troppi anni la carenza di personale è stata utilizzata come giustificazione per derogare a controlli, standard e verifiche.

Ma un sistema sanitario non si salva abbassando le garanzie; anzi, si salva investendo in programmazione, formazione, assunzioni regolari e procedure trasparenti.

Altrimenti l’emergenza smette di essere eccezione e diventa semplicemente il nuovo metodo di governo della sanità italiana.

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