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Lavoro oggi: tra dignità, potere e giustizia. Tre fatti per riflettere

Negli ultimi giorni tre notizie, apparentemente distanti tra loro, offrono uno spunto potente per riflettere sul senso del lavoro oggi, sulle sue derive e sulla responsabilità delle istituzioni nei modi – secondo noi maldestri – nel difenderne la dignità.
Tre fatti, tre scenari, un unico interrogativo: quale idea di lavoro abbiamo costruito e quale tipo di lavoro futuro stiamo costruendo?

1. Il potere che umilia: il caso del primario di Piacenza
Il recente arresto del primario Emanuele Michieletti, accusato di violenza sessuale aggravata e atti persecutori contro colleghe dell’Ausl di Piacenza, ha fatto emergere un sistema di abuso e sopraffazione nel cuore di un luogo di cura.
Ma oltre alla cronaca, c’è un nodo sistemico: la selezione dei ruoli apicali spesso non avviene sulla base del merito professionale e doti umane, ma per logiche opache, talvolta legate ad appartenenze politiche o talora “disponibilità” extralavorative.
Un potere selettivo discrezionale che genera ambienti malsani, dove l’umiliazione diventa metodo e il silenzio sistema.

2. L’eliminazione del reato di abuso d’ufficio: un segnale pericoloso
Il 9 maggio, quasi sottotraccia e ben poco risalto nella stampa nazionale – la Corte Costituzionale ha stabilito che l’eliminazione del reato di abuso d’ufficio non è contraria alla Costituzione.
Si tratta, formalmente, di una scelta legislativa legittima.
Ma cosa significa politicamente e culturalmente?
In un contesto, in cui la discrezionalità nelle nomine è spesso funzionale a logiche clientelari e in cui le forme di abuso di potere non mancano (come dimostra il caso di Piacenza), abolire un reato che serviva a vigilare sulla correttezza dell’azione amministrativa e esecutiva, rischia di trasmettere un messaggio ambiguo; cioè che il potere possa esercitarsi senza limiti, e che chi ne abusa sarà sempre più difficile da perseguire.

3. Un nome che parla: Leone XIV e il lavoro come dignità
Habemus Papam!
Il nuovo Papa ha scelto un nome eloquente che suona come un programma: Leone XIV.
Un richiamo diretto ed immediato a Leone XIII, il pontefice che nel 1891 scrisse la “Rerum Novarum”, l’enciclica che per prima nella storia della Chiesa affrontava il tema del lavoro nel pieno della rivoluzione industriale, condannando lo sfruttamento e chiedendo limiti alle condizioni di lavoro e salari dignitosi.
La scelta del nome non è casuale: Papa Leone XIV ha trascorso 15 anni in Perù, ha visto direttamente la fatica del lavoro dei migranti e, il nome scelto per essere pontefice, significa che vuole riportare al centro dell’attenzione la dignità del lavoro umano, in ogni sua forma.

Tre immagini, una domanda
Un primario che trasforma il reparto in un luogo di dominio personale.
Uno Stato che rinuncia a punire l’abuso di potere.
Un Papa che richiama la dignità del lavoro come fondamento di giustizia sociale.
Tre diversi aspetti che, insieme, ci obbligano a chiederci: quale cultura del lavoro stiamo promuovendo nelle istituzioni, negli ospedali, nella società?

Per CoAS Medici, il lavoro deve tornare ad essere un atto di responsabilità, un momento di corretta espressione della umanità della persona e del suo voler essere integrata nella società, non certo uno strumento di dominio e prevaricazione sul collaboratore.
Ogni incarico deve (o dovrebbe) essere misurato sulla competenza a svolgerlo e sul rispetto dei vicini, non su una aprioristica fedeltà o sulla sottomissione.
Perché senza una cultura del lavoro giusta ed equilibrata, fondata sul rispetto dei ruoli e delle persona che lo rivestono, nessuna organizzazione potrà davvero essere utile.
E questo, è ancor più vero per le organizzazioni sanitarie che offrono di prendersi cura delle persone.

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