Era il 24 dicembre del 1978.
In questa data, carica di significato, nasceva, con la Legge 833 la Riforma Sanitaria che dava origine al Servizio Sanitario Nazionale.
La riforma sostituiva il modello mutualistico degli Enti Ospedalieri e delle Casse Mutue, istituendo il modello universalistico della tutela della salute: gli oneri della spesa sanitaria, nel rispetto del dettato costituzionale, si posero a carico dello Stato.
Se precedentemente, con il sistema degli Enti il diritto alla salute era un privilegio solo di chi aveva un impiego e poteva versare i “contributi assistenziali”, adesso era un diritto di tutti.
Il giovane SSN si basava su 3 principi fondamentali:
- Universalità: le prestazioni sanitarie sono una risorsa della comunità e pertanto sono estese a tutta la popolazione.
- Uguaglianza: i servizi sono erogati senza alcun tipo di distinzione o discriminazione per i cittadini. Non sono quindi considerate le differenze individuali, sociali o economiche.
- Equità: le prestazioni sono garantite con parità di accesso in rapporto a uguali bisogni di salute.
Successivamente all’istituzione delle USL (Unità Sanitarie Locali) seguirono anni complessi di grande instabilità politica e sociale combinati con una domanda sanitaria potenzialmente infinita (comparsa quasi contemporanea e diffusione di Endoscopie, Ecografia e Tomografia Assiale Computerizzata (T.A.C.),il SSN, che doveva fare i conti con risorse economiche progressivamente sempre più “finite“, iniziò a essere sempre meno sostenibile
All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso nascono quindi, con l’obiettivo di razionalizzare la spesa, le ASL (Aziende Sanitarie Locali) con l’obiettivo di introdurre un assetto aziendale all’interno delle strutture sanitarie locali.
Questi aspetti “Aziendalistici”, messi in mano a Direttori Generali nominati dalla Politica Regionale, sono stati declinati – per la maggior parte – in modo improprio o, perlomeno, personalistico, ed utilizzati per creare consenso verso il Partito politico di riferimento. Vengono inoltre introdotti, più di recente, i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), nuovi criteri di finanziamento e di spesa e viene potenziato il ruolo delle Regioni.
Possiamo definire questa la fase di “gioventù” del nostro SSN, che dopo gli anni spensierati dell’infanzia (1978 – 1992) cerca di darsi delle regole per sopravvivere e diventare adulto, maturo e responsabile.
Il processo di aziendalizzazione avrebbe dovuto infatti garantire il miglioramento delle prestazioni sanitarie, il contenimento dei costi e la razionalizzazione della spesa sanitaria. Tuttavia sappiamo bene come è andata a finire: questa corrente manageriale ha prodotto
* una dequalificazione delle risorse umane,
* un incremento della burocrazia e nel complesso
* una caduta della qualità e dell’efficacia.
Quando constatiamo oggi, seguendo anno dopo anno le leggi di bilancio, il progressivo definanziamento del SSN e il suo conseguente progressivo disfacimento, occorrerebbe ampliare lo sguardo ad un periodo più ampio e notare come già da almeno 3 decenni le scelte politiche conducano inesorabilmente in questa direzione. Notiamo come negli anni è progressivamente venuta meno la visione complessiva del SSN che lo aveva caratterizzato alla sua nascita ed è venuto ad essere mortificato proprio quel significato che la parola stessa “Sistema” dovrebbe suggerire.
Anche le riforme successive alla fine degli anni ’90 non riescono a diventare realmente attuative, avendo il solo effetto di frammentare, peggiorare e ampliare patologicamente il processo di burocratizzazione avviato negli anni 90.
Per questo oggi, nella fase senile nella quale ci troviamo, è troppo semplicistico dire che basterebbe un maggiore finanziamento per risolvere tutti i problemi.
Da anni le scelte politiche si stanno muovendo per favorire il privato, grazie alle agevolazioni fiscali in forma diretta o intermediata dalle assicurazioni, e fondi sanitari contrattuali e non.
Sono le agevolazioni fiscali delle spese sanitarie private che mettono in discussione la sopravvivenza del SSN, proprio perché ne minano i fondamenti stessi:
- hanno un impatto negativo sulle entrate dello Stato, diventando un onere (detraibili) per tutti i contribuenti;
- incentivano la sanità privata, aumentando le disuguaglianze escludendo i cittadini a basso reddito che non possono beneficiare di assicurazioni e fondi sanitari;
- favoriscono il “consumismo sanitario“, non coprendo i bisogni assistenziali più rilevanti ma incentivando, in nome di una finta “sanità preventiva”, prestazioni per lo più inutili che aumentano i costi per lo Stato e il costo a carico del Servizio Pubblico al quale i pazienti si rivolgeranno in ogni caso per le necessità di approfondimenti successivi.
Procedere ad una progressiva riduzione della defiscalizzazione delle strutture private consentirebbe di avere un risparmio sulla spesa pubblica da destinare successivamente al SSN e al suo rifinanziamento.
Prendere consapevolezza del circuito perverso che oggi esiste tra sanità pubblica e defiscalizzazione delle prestazioni private è essenziale per muovere i passi verso un’inversione di rotta e una possibile (e auspicabile) salvezza del SSN che parte proprio dal rimettere al centro i suoi principi fondanti.
Noi Medici del CoAS continuiamo ad agire in difesa del SSN e dei Medici Dirigenti della dipendenza e a credere in una Sanità Pubblica equa e libera da strumentalizzazioni politiche.
Ci impegniamo a combattere il degrado del SSN e ci adoperiamo per difendere i colleghi da interpretazioni distorte delle norme di legge.
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