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Rinnovo CCNL 2025–2027: verso un nuovo contratto o il solito “balletto”?

Analisi dell’Atto di Indirizzo alla vigilia dell’avvio delle trattative ARAN

Il 29 aprile 2026 si aprirà all’ARAN il primo incontro tra la parte datoriale e le organizzazioni sindacali per il rinnovo del CCNL dell’Area della Dirigenza Sanitaria 2025–2027.

Un appuntamento atteso, ma che arriva in un contesto già largamente definito nei suoi confini reali. Le risorse sono note, il perimetro è tracciato e la sensazione diffusa è quella di assistere, ancora una volta, a un confronto i cui esiti appaiono in gran parte prevedibili.

Per questo motivo è utile partire dall’analisi dell’Atto di indirizzo, per comprendere cosa ci si può realmente aspettare, soprattutto per i medici ospedalieri.


Un rinnovo che nasce già senza slancio

L’Atto di indirizzo approvato nel febbraio 2026 avvia formalmente il negoziato, inserendolo in una fase che il documento stesso definisce complessa: difficoltà di copertura dei fabbisogni, perdita di attrattività del Servizio sanitario nazionale, aumento dei carichi assistenziali.

Tra gli elementi evidenziati viene indicato un allineamento temporale tra rinnovi di comparto e dirigenza. Tuttavia, più che una novità reale, si tratta di una formalizzazione di una prassi già vista nei rinnovi precedenti.

Il punto critico, semmai, è un altro: questo parallelismo rischia di accentuare un processo di appiattimento tra figure professionali diverse, non solo sul piano normativo ma anche su quello retributivo. Una prospettiva che non tiene conto di una differenza strutturale evidente: il medico entra nel mondo del lavoro circa dieci anni dopo rispetto ad altre professioni sanitarie.

In questo scenario, parlare di rilancio dell’attrattività della professione appare, almeno per ora, più un auspicio che un obiettivo concreto.


Le risorse: numeri certi, effetti limitati

Sul piano economico, il quadro è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni:

per l’intero triennio è previsto un incremento complessivo pari al 5,4% del monte salari 2023, che porterà a regime circa 968 milioni di euro nel 2027.

Si tratta di una crescita progressiva, ma che nei primi anni si traduce in aumenti molto contenuti. Solo a fine triennio si potrà arrivare a incrementi medi nell’ordine dei 500 euro lordi mensili.

Il problema, tuttavia, non è tanto la cifra in sé, quanto il contesto in cui si inserisce. Se l’inflazione reale supera le previsioni, come già sta accadendo in presenza di tensioni internazionali e instabilità dei mercati energetici, questi aumenti rischiano di trasformarsi in una nuova perdita di potere d’acquisto.

In altre parole, il contratto rischia di rincorrere il costo della vita aumentando però il distacco in valore reale.


Dove si concentreranno gli aumenti

L’Atto di indirizzo orienta anche la distribuzione delle risorse su più livelli retributivi, con un equilibrio tra stipendio tabellare e componenti accessorie.

Particolare attenzione viene riservata alle indennità legate a condizioni di lavoro più gravose, come quelle del pronto soccorso e delle aree ad alta intensità assistenziale. Questo rappresenta sicuramente un segnale nella giusta direzione, ma apre anche una riflessione più ampia.

Se la crescita retributiva si concentra sempre più su voci accessorie, il rischio è duplice: da un lato si accentuano le differenze tra professionisti (appartenenti alla stessa Area contrattuale), dall’altro si riduce l’impatto previdenziale di tali aumenti, con effetti che si faranno sentire nel lungo periodo, cioè sulle pensioni.


Il sistema degli incarichi: una criticità mai risolta

Sul piano normativo, il documento insiste sulla necessità di completare e razionalizzare il sistema degli incarichi. Un tema che, per molti medici, rappresenta più una fonte di frustrazione che un’opportunità.

L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato come l’attribuzione degli incarichi sia spesso caratterizzata da dinamiche poco trasparenti e da criteri difficilmente verificabili. Riproporre lo stesso impianto, senza una revisione profonda delle modalità di assegnazione, rischia di alimentare ulteriormente la sfiducia.

L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare il legame tra responsabilità e retribuzione e di rendere più attrattivo l’ingresso nel sistema per i giovani medici. Tuttavia, senza regole chiare e applicabili, queste indicazioni rischiano di restare sulla carta, o peggio, essere applicate a danno di quelli (e sono il 75 %) che non ricevono un incarico


Lavoro, turni e sostenibilità

Un altro ambito su cui l’Atto di indirizzo interviene riguarda l’organizzazione del lavoro. Si parla di revisione delle guardie, della pronta disponibilità, dei carichi di lavoro e dell’equilibrio tra attività ordinaria e straordinaria.
Sembrano parole scritte da chi non si è mai assoggettato a turni incalzanti e precisi di reparti operativi H24.

Si introduce anche un riferimento esplicito al benessere organizzativo, con attenzione a temi come il burnout, la sicurezza sul lavoro e la conciliazione tra vita professionale e personale.

Sono tutti aspetti centrali, che riflettono una consapevolezza ormai diffusa delle difficoltà del lavoro medico nel SSN. Ma il punto resta sempre lo stesso: la distanza tra enunciazione e applicazione.


Il rischio di un’Italia a due velocità

Un elemento che merita attenzione è il possibile aumento delle disuguaglianze territoriali. La gestione regionale delle risorse e l’ampio spazio lasciato alla contrattazione integrativa potrebbero accentuare le differenze tra aree del Paese.

Il risultato potrebbe essere un sistema sempre più frammentato, in cui le condizioni di lavoro e le opportunità professionali dipendono in modo crescente dal territorio di appartenenza.


Una valutazione realistica

Nel complesso, l’Atto di indirizzo sembra confermare un modello già noto: risorse limitate, interventi distribuiti su più livelli e grande attenzione agli aspetti organizzativi. Quello che non emerge, però, è un vero cambio di prospettiva.

Non si intravede un tentativo deciso di rendere la professione medica più attrattiva, né sul piano economico né su quello delle condizioni di lavoro. E questo, in una fase storica segnata dalla fuga di professionisti e dalla crescente difficoltà a coprire i servizi, rappresenta il vero nodo, riproposto ma non risolto.


Conclusioni

Alla vigilia dell’avvio delle trattative, la sensazione è che il percorso sia già in larga parte definito.

Il rischio è quello di assistere ancora una volta a un negoziato che si muove entro margini ristretti, con risultati prevedibili e poco incisivi.

Il tema, quindi, non è tanto se il contratto verrà rinnovato, ma se questo rinnovo sarà in grado di cambiare realmente qualcosa nella vita dei medici.

Su questo, al momento, i segnali sono deludenti, anche considerato che i soggetti trattanti sono quelli di anni e anni fa che hanno accettato supinamente tutto ciò che gli si proponeva.

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