L’Italia si è astenuta, insieme ad altri dieci Paesi tra cui Russia, Iran e Israele (*), dalla votazione sull’Accordo pandemico globale promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), approvato da 124 Stati membri durante l’ultima Assemblea generale.
(*)= Ricordiamo che gli USA sono di recente usciti da OMS. (N.d.R.)
L’Accordo, frutto di tre anni di lavoro multilaterale, rappresenta un passo cruciale nella prevenzione e gestione delle future pandemie.
Prevede – tra le altre cose – lo scambio di materiale patogeno, lo sviluppo rapido di vaccini e terapie, e una distribuzione equa di risorse sanitarie, in particolare verso i Paesi a basso reddito. Un impegno alla cooperazione che, pur rispettando la sovranità degli Stati, punta a rafforzare la risposta globale a crisi sanitarie.
Il Direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito l’accordo una “vittoria della scienza e della sanità pubblica”.
L’Italia dice no. Perché?
Il governo italiano ha scelto l’astensione, motivandola con la volontà di preservare la piena autonomia decisionale nazionale, anche in materia sanitaria; ma questa posizione solleva forti dubbi.
Diversi esperti del settore, tra cui epidemiologi, clinici e rappresentanti delle professioni sanitarie, sottolineano come questa scelta rischi di isolare il Paese, proprio nel momento in cui sarebbe fondamentale costruire reti internazionali di risposta e solidarietà sanitaria.
Come ha osservato il giornalista scientifico Luca Carra, “forse vaccini, distribuzione equa, sanità pubblica e ricerca scientifica non sono più una priorità per chi governa”.
Riflessione amara, ma purtroppo fondata su scelte che sembrano privilegiare logiche identitarie rispetto alle reali esigenze del Servizio Sanitario Nazionale.
Un SSN ancora fragile
L’esperienza del COVID-19 ci ha lasciato insegnamenti precisi:
la mancanza di coordinamento,
i tagli cronici alla sanità,
le carenze strutturali e organizzative
hanno aggravato l’impatto della pandemia in Italia.
Eppure, il nuovo Piano Pandemico Nazionale non sembra riflettere adeguatamente questi insegnamenti.
Come ha evidenziato l’epidemiologo Claudio Maffei, mancano:
- investimenti strutturali mirati;
- un approccio realmente innovativo alla gestione delle emergenze;
- strumenti operativi e formativi per preparare il personale sanitario.
In assenza di queste precondizioni, rischiamo di affrontare una eventuale futura crisi più deboli di prima, con un SSN ancora più vulnerabile.
Sovranità sì, ma senza rinunciare alla scienza
Secondo noi di CoAS Medici, difendere la sovranità nazionale non può significare rinunciare alla cooperazione scientifica e alla responsabilità globale. Un sistema sanitario moderno, equo e resiliente deve saper integrare la dimensione internazionale, pur mantenendo il controllo delle proprie scelte strategiche.
Come rafforzare il SSN? Alcune proposte operative:
- Potenziamento delle infrastrutture ospedaliere
- Formazione continua e reclutamento di personale sanitario qualificato
- Digitalizzazione dei servizi e sviluppo della telemedicina e delle interconnessioni tra Centri di eccellenza
- Piani pandemici aggiornati, operativi e verificabili.
Le nostre conclusioni
L’astensione italiana sull’Accordo pandemico dell’OMS è un segnale preoccupante, che deve essere letto non solo sul piano simbolico, ma anche come indicatore delle priorità politiche reali.
Come CoAS Medici, riteniamo che la sanità pubblica e la scienza debbano tornare al centro del dibattito. Perché un Paese pronto a rispondere alle sfide del futuro non può permettersi di voltare le spalle alla cooperazione, alla ricerca e alla responsabilità collettiva.

