Quante volte abbiamo letto il termine “malasanità” sulla stampa?
Il termine, coniato in origine per indicare “il malaffare in sanità”, ha trasformato nel tempo il suo significato fino ad arrivare a riferirsi, nell’uso comune odierno, ai casi in cui si vuole denunciare comportamenti o errori da parte degli operatori sanitari nell’esercizio della loro professione. Errori che hanno come esito un risultato negativo o difforme rispetto a quello atteso e che fanno supporre un danno che è a sua volta presupposto alla denuncia da parte del paziente e conseguente procedimento giudiziario.
Tuttavia, l’utilizzo ampio di questo termine negli ultimi 30 anni ha finito per estendersi a tutto il sistema sanità, innescando allarmismo, sfiducia e insicurezza nei cittadini.
Se il termine inglese “malpractice” pone l’accento sull’errore tecnico, il termine italiano “malasanità”, oltre a riferirsi a tutto il sistema e non solo al singolo operatore, pone l’accento sulla sfera etica. Non solo quindi imperizia e errore tecnico ma anche negligenza, cioè un implicito giudizio del tutto negativo sul comportamento di chi agisce.
Entrambi gli aspetti – tecnico e etico-morale – fanno parte del ruolo medico che deve adoperarsi per fornire una “buona assistenza”. Tuttavia è possibile che la stampa abbia nel tempo alimentato la convinzione che un risultato positivo nella cura sia sempre possibile, portando quindi a credere che qualora questo non si verifichi il motivo sia una colpa – sia tecnica che morale – del medico curante. Allo stesso modo questo tipo di atteggiamento sempre più diffuso nei pazienti porta i medici verso una medicina difensiva, creando ancor più distanza e sfiducia tra le parti.
Gli episodi di aggressioni a cui oggi assistiamo sono anche il risultato di questo clima di progressiva distanza e sfiducia che si è andata a creare tra cittadini e operatori sanitari. Da una parte i medici, provati da un sistema che non li mette nelle condizioni idonee a svolgere il loro ruolo e dall’altra i cittadini che non riescono a ricevere il servizio atteso e si sentono legittimati ad azioni di rivalsa legale se non, nei casi peggiori, all’uso di una violenza giustizialista.

