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Mobilità sanitaria e privato convenzionato: oltre metà delle risorse finisce fuori dal pubblico

Il recente Report GIMBE sulla mobilità sanitaria riporta numeri che meritano una riflessione seria e approfondita sul funzionamento reale del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo i dati diffusi dalla Fondazione GIMBE:

  • Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano il 95,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria.
  • Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna assorbono il 78,2% del saldo passivo.
  • Il 54,5% del valore economico della mobilità sanitaria finisce nelle strutture private convenzionate.

Quest’ultimo dato è probabilmente il più preoccupante e allarmante.

Quando la mobilità sanitaria non rafforza il SSN

La mobilità sanitaria nasce con un obiettivo teoricamente condivisibile: permettere ai cittadini di ricevere cure adeguate anche quando la propria Regione non riesce a garantirle.

Nel tempo, però, questo meccanismo si è trasformato in un gigantesco trasferimento di risorse economiche dal Sud al Nord del Paese, accentuando le diseguaglianze territoriali.

Il fatto che oltre la metà di queste risorse finisca nelle strutture private convenzionate indica che la mobilità non sta rafforzando il sistema pubblico, ma rischia di alimentare una progressiva privatizzazione della sanità.

Non si tratta solo di un problema economico, ma di organizzazione del sistema sanitario nazionale.

Una mobilità guidata dall’ansia dei pazienti

Dietro la mobilità sanitaria ci sono spesso persone malate e famiglie preoccupate, che devono prendere decisioni rapide.

Quando un paziente si trova davanti a difficoltà varie, come liste d’attesa lunghe, servizi territoriali che percepisce come inadeguati o giudica insufficienti, ma soprattutto carenza di informazioni affidabili e che servano a tranquillizzarlo, pensa immediatamente a rivolgersi alle strutture di Lombardia, Veneto e Emila e Romagna, che hanno ormai consolidato una fama di “efficienza e garanzia di buoni risultati”.

la scelta della struttura sanitaria, inoltre, avviene spesso in condizioni di forte pressione emotiva.

In questi casi il percorso di cura rischia di essere determinato non da una rete pubblica organizzata di indirizzo sanitario, ma da fattori molto più casuali, tra cui, non indifferente, la pubblicità.

Sempre più spesso la scelta della struttura avviene infatti attraverso ricerche online (spesso indirizzate da indicazioni a pagamento non evidente, suggerimenti informali o algoritmi di Google, piuttosto che tramite canali istituzionali affidabili costruiti dalle Regioni e dal SSN.

Il grande assente: un sistema pubblico di indirizzo dei pazienti.

Uno dei nodi principali messi in luce dai dati GIMBE è proprio l’assenza di una rete pubblica di orientamento e presa in carico della mobilità sanitaria.

Se una Regione è consapevole delle proprie carenze strutturali in alcune discipline o tecnologie, dovrebbe essere in grado di indirizzare i pazienti verso centri di riferimento pubblici, attraverso accordi interregionali strutturati, percorsi clinici possibilmente condivisi, reti di specialisti e centri di riferimento periferici, sistemi di prenotazione coordinati.

Invece, nella maggior parte dei casi, il paziente si trova solo ad affrontare il problema, con il risultato che la scelta della struttura sanitaria diventa frammentaria, casuale e spesso orientata verso il privato convenzionato.

Un rischio per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale

Il dato del 54,5% della mobilità che finisce nel privato convenzionato non può essere considerato neutrale.

Se questo trend dovesse consolidarsi, si rischia di trasformare progressivamente la mobilità sanitaria in un meccanismo di trasferimento di risorse pubbliche non solo verso le regioni più efficienti, ma verso il settore privato; il S.S.N. anziché uno strumento per unire e rafforzare la nazione, finisce per rafforzare il sistema sanitario nazionale.

Per il CoAS Medici Dirigenti il problema non è la collaborazione con il privato, che può avere un ruolo integrativo, ma il fatto che la mancanza di programmazione pubblica lasci spazio a dinamiche di mercato non governate.

La sanità pubblica non può essere guidata dagli algoritmi dei motori di ricerca.

Servirebbe invece una governance nazionale e regionale capace di orientare i percorsi di cura, garantendo ai cittadini accesso rapido, informazioni corrette e una presa in carico organizzata.

Il vero nodo: rafforzare il SSN

La mobilità sanitaria continuerà ad esistere, ma potrebbe e dovrebbe diventare uno strumento di integrazione del sistema sanitario pubblico a livello nazionale, non un fattore di squilibrio territoriale e di crescita incontrollata del privato convenzionato.

Per questo riteniamo che sarebbe necessario:

  • rafforzare la rete ospedaliera pubblica nelle Regioni in difficoltà
  • creare percorsi interregionali pubblici e trasparenti
  • migliorare i sistemi di orientamento dei pazienti
  • garantire una governance nazionale della mobilità sanitaria

Solo così la mobilità potrà tornare ad essere un diritto dei cittadini e non un indicatore delle diseguaglianze del sistema sanitario italiano.

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