Per la vicepresidente del Senato, la legge sulle liste d’attesa è fallita, costringendo i cittadini a pagare per cure che il Servizio sanitario nazionale non riesce a garantire e spingendo verso una vera e propria “privatizzazione strisciante” della sanità pubblica.
“Nonostante gli annunci trionfalistici del Governo e il continuo scaricabarile sulle Regioni, la realtà è sotto gli occhi di tutti: la legge sulle liste d’attesa non sta producendo alcun effetto concreto. A pagarne il prezzo sono ancora una volta i cittadini, costretti a rinunciare alle cure o a mettere mano al portafoglio per accedere a prestazioni che il Servizio sanitario nazionale dovrebbe garantire”.
Lo dichiara la senatrice del Movimento 5 Stelle e vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, commentando un’inchiesta che fotografa un sistema ormai strutturalmente inceppato, nel quale le attese infinite nel pubblico alimentano un enorme business a danno dei pazienti.
“I numeri parlano chiaro – prosegue Castellone –: tempi incompatibili con i bisogni di salute, prestazioni rinviate per mesi o anni e una quota crescente di cittadini spinta verso l’intramoenia o il privato accreditato, spesso all’interno delle stesse strutture pubbliche. Altro che riduzione delle liste d’attesa: siamo di fronte a una vera e propria privatizzazione strisciante della sanità”.
Secondo la vicepresidente del Senato, il Governo continua a nascondersi dietro il paravento delle competenze regionali, dimenticando però che spetta allo Stato garantire l’uniformità dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) su tutto il territorio nazionale.
“La legge approvata non ha messo un euro strutturale in più, non ha rafforzato il personale, non ha inciso sull’organizzazione dei servizi. È una norma di facciata”, denuncia Castellone.
“Il risultato – conclude – è che milioni di persone rinunciano a curarsi o pagano di tasca propria, mentre il sistema pubblico si indebolisce e perde credibilità. Questa non è inefficienza: è una scelta politica. E il Movimento 5 Stelle continuerà a denunciarla in Parlamento e nel Paese, perché il diritto alla salute non può dipendere dal reddito o dalla capacità di aspettare”.



