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Italia, troppi medici ma pochi giovani: il paradosso della sanità pubblica

Roma, 14 ottobre 2025


L’Italia si conferma tra i Paesi europei con il maggior numero di medici: 5,3 ogni 1.000 abitanti, ben al di sopra della media europea di 4,07.
Dietro questo primato, però, si nasconde un paradosso: quasi la metà dei medici italiani ha più di 55 anni,  e ancora: uno su cinque ha superato i 65.
Un invecchiamento della classe medica che non ha eguali in Europa e che prefigura una crisi di ricambio generazionale senza precedenti.


Un Servizio Sanitario Nazionale che invecchia

Nel 2023, i medici dipendenti del SSN erano 109.024, in lieve aumento rispetto al 2019.
Ma la distribuzione è tutt’altro che uniforme: Lazio, Emilia-Romagna e Toscana mostrano incrementi, mentre Molise, Basilicata, Valle d’Aosta e Calabria sono in calo.

La prospettiva è preoccupante: tra il 2026 e il 2038 si prevede l’uscita dal sistema di circa 39.000 medici, con un picco di oltre 3.200 pensionamenti l’anno tra il 2029 e il 2033.
Un’ondata di pensionamenti che rischia di mettere in ginocchio ospedali e servizi territoriali già in affanno per carenze di personale e difficoltà di copertura delle specializzazioni più critiche.


Una crisi annunciata

C’è da chiedersi se questa carenza, così evidente e progressiva, non sia stata indotta nel tempo da scelte politiche ed economiche mirate a contenere la spesa sanitaria pubblica.
Già a partire dal 2008, su impulso delle istituzioni europee, si è affermata una linea di riduzione dei costi del SSN.
Due leve, in particolare, hanno eroso la sostenibilità del sistema:

  • il numero chiuso a Medicina, che ha ridotto il flusso di nuovi professionisti;
  • e la perdita di potere d’acquisto degli stipendi ospedalieri, che ha reso la professione sempre meno attrattiva.

Il Covid-19 ha solo accelerato un declino già in corso, rendendo evidente la fragilità di un modello basato su anni di sottofinanziamento e su un progressivo disinteresse verso il lavoro medico nel pubblico.


Assicurazioni sanitarie e diseguaglianze

Oggi una parte crescente della popolazione ritiene necessario ricorrere a un’assicurazione medica privata, integrativa o sostitutiva, per garantirsi serenità di fronte a malattie o emergenze.
Un segnale chiaro del venir meno della fiducia nel sistema pubblico, e della percezione che il diritto alla salute, pur costituzionalmente garantito, non sia più universale.


Confronto europeo: tanti medici, ma pochi di base

Nel confronto con Francia, Germania e Spagna, l’Italia spicca per numero complessivo di medici (423,4 ogni 100.000 abitanti), ma mostra un grave squilibrio nella medicina territoriale:
solo 68,1 medici di base per 100.000 abitanti, contro i 96,6 della Francia e i 94,4 della Spagna.

È bene ricordare che il conteggio dei medici “attivi” in Italia deriva dalle iscrizioni agli Ordini professionali o all’ENPAM: circa 423.400: tuttavia, 100.000 di questi hanno più di 73 anni e o non esercitano più alcuna attività, oppure lo fanno marginalmente.
Molti Medici, infatti, restano iscritti per motivi identitari o previdenziali, contribuendo a alterare per circa 1/4   le statistiche ufficiali.


Dove lavorano oggi i medici italiani

  • 137.000 dirigenti medici e sanitari lavorano nel SSN;
    • 109.000 di questi sono attivi negli Ospedali;
  • 40.000 sono attualmente medici di famiglia;
  • 30.000 medici lavorano come dipendenti nel settore privato;
  • 100.000 circa esercitano in libera professione.

Una distribuzione frammentata che riflette la complessità del sistema e la crescente ibridazione pubblico-privato.


Proiezioni al 2032: da carenza a surplus?

Nonostante i pensionamenti, le proiezioni mostrano che tra il 2023 e il 2032 entreranno nel mercato 150.000 nuovi specializzandi, a fronte di 141.000 laureati in Medicina tra il 2018 e il 2027.
Potrebbe emergere un surplus di oltre 32.000 medici entro il 2032.

Un apparente paradosso: carenza oggi, eccesso domani.
In realtà, il problema non è il numero complessivo, ma la distribuzione disomogenea per territorio e disciplina.
Le aree dell’urgenza, della medicina generale, della psichiatria e della radiologia restano tra le più scoperte.
Il rischio è quello di nuove generazioni di medici che non potranno entrare a lavorare nel SSN, vittime del cosiddetto “imbuto formativo”; Nuovi Camici Grigi, laureati ma senza specializzazione.


La vera sfida: programmazione e attrattività

Il futuro della sanità italiana passa da due parole chiave: programmazione e attrattività.
Occorre ripensare:

  • l’accesso alle facoltà di Medicina,
  • la distribuzione delle borse di specializzazione,
  • i criteri di carriera e selezione nel pubblico.

A oggi, il percorso professionale appare sempre più demotivante, condizionato da logiche extra-meritocratiche e da stipendi fermi da anni.
Molti giovani medici scelgono di emigrare verso Paesi che offrono migliori condizioni di lavoro, crescita e riconoscimento.
Chi torna, spesso, si pente e riparte: un fenomeno che costa caro non solo economicamente, ma anche in termini di competenze e stabilità del sistema.


Un sistema da riformare, non da far sopravvivere come adesso.

Parlare di “attrattività” del SSN, oggi, appare quasi ironico.
Gli stipendi continuano a perdere potere d’acquisto, la carriera è lenta e opaca, il carico di lavoro crescente, e la fiducia nella sanità pubblica arretra.
Finché non si interverrà su retribuzioni, meritocrazia e condizioni di lavoro, sarà difficile trattenere i giovani e garantire continuità al sistema.


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