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Quando il potere malato prende posto in sala operatoria

La violenza nei reparti non è un caso isolato: è il sintomo di un sistema che seleziona per appartenenza, non per merito

Il caso denunciato dalla Dottoressa Marzia Franceschilli, al Policlinico Universitario di Tor Vergata, che vede coinvolto il Prof. Giuseppe Sica, non è solo una questione giudiziaria. È un campanello d’allarme su come viene costruita l’autorità all’interno dei reparti ospedalieri. Una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica e che vede ancora incerte le risposte delle istituzioni sanitarie e accademiche.

Come CoAS Medici, non entriamo nel merito giuridico del singolo episodio – che spetta alla magistratura chiarire – ma vogliamo riflettere su ciò che questo episodio rivela: la fragilità di un sistema che troppo spesso premia l’appartenenza e non il valore professionale.

Il problema non è solo chi comanda, ma come ci arriva

Ogni reparto ospedaliero è un microcosmo ad alta tensione, dove la fatica, la pressione e la responsabilità possono diventare terreno fertile per dinamiche autoritarie, mal gestite e talvolta apertamente violente. Quando però a guidare l’équipe è una persona selezionata non per competenze cliniche e relazionali, ma per vicinanza politica o promesse di scambi futuri, quell’abuso di potere – affrettatamente soppresso come reato – diventa sistemico.

La violenza non è un eccesso occasionale;
è una deriva prevedibile quando il potere non è sorvegliato o volutamente cieco.

Questo vale a Tor Vergata come è valso per altri casi simili (dal primario radiologo di Piacenza alle “storie silenziate” che ci vengono raccontate da colleghi di tutta Italia).
Il vero interrogativo non è “come sia stato possibile?”, ma “quanti ancora sono nascosti sotto la superficie del silenzio e della paura?”.

Il coraggio di denunciare
(da soli)

La giovane collega ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente un comportamento che, in qualunque contesto di lavoro civile, sarebbe ritenuto inaccettabile. Ma il sistema ha reagito – almeno finora – con troppa timidezza: nessuna presa di posizione netta da parte delle società scientifiche, delle istituzioni accademiche, degli ordini professionali.
Pochi anche i sindacati che si sono espressi, nonostante si tratti di una questione di sicurezza sul lavoro, dignità professionale e abuso di posizione.
Per la nostra visione delle cose, Il silenzio è complicità.

Una selezione malata produce leadership tossiche

L’accesso ai ruoli apicali in medicina ospedaliera è da anni ostaggio di meccanismi clientelari e non meritocratici.
Il problema non riguarda solo chi ottiene la direzione, ma con quali modalità: promesse, scambi, disponibilità extralavorative. Questo crea un sistema fragile, gerarchico in modo malsano, in cui spesso chi ha meno autorevolezza scientifica, ma più relazioni politiche o personali, riesce ad avere potere.

E una volta raggiunta la posizione, quel potere diventa incontrollato. Si esercita su specializzandi, collaboratori, donne e uomini che dipendono gerarchicamente, spesso in ambienti chiusi, opachi, dove l’omertà diventa una forma di sopravvivenza.

Non è un problema di “tensione chirurgica”. È una questione di cultura del lavoro.

Difendere la sicurezza dei pazienti non può significare legittimare l’umiliazione dei colleghi. Chi urla, insulta, strattona o peggio, non è un medico più rigoroso: è un capo che non sa gestire il proprio ruolo e la tensione che ne deriva.

E se questo comportamento viene minimizzato o addirittura normalizzato in nome della “personalità del chirurgo” o della “drammaturgia della sala operatoria”, vuol dire che la cultura organizzativa è profondamente da riformare.

Conclusione: serve un cambio di rotta, non solo di nomi

Il caso di Tor Vergata, come altri prima e altri che seguiranno, deve (o dovrebbe, soprattutto per l’Università) diventare un’occasione di cambiamento reale.
Servono procedure trasparenti per la selezione dei dirigenti medici e sanitari. Servono strumenti di segnalazione efficaci. Servono sindacati che difendano davvero i medici, e non chi ha già potere.

E serve, soprattutto, una presa di coscienza collettiva che la dignità del lavoro medico passa anche dalla qualità delle relazioni interne. Cura non è solo tecnica: è anche rispetto, ascolto, umanità. A partire dalla sala operatoria.


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