La Quota “A” ENPAM: un peso ingiustificato sulle spalle dei Medici Ospedalieri
Come ogni anno, puntuale quanto un’ineludibile imposta, anche nel 2025 si ripropone l’obbligo del versamento della Quota “A” all’ENPAM da parte dei Medici Ospedalieri.
Per l’anno in corso, l’importo richiesto è pari a 1961,56 euro, a cui si aggiungono ulteriori 95,54 euro a copertura delle indennità per le gravidanze, per un totale di 2057,10 euro.
Un importo che, seppur formalmente rimasto invariato rispetto all’anno precedente grazie a un’inflazione contenuta, rappresenta nella concezione dei Medici dipendenti una grave anomalia con la sensazione di una insostenibile ingiustizia nei loro confronti, già obbligati a versare i propri contributi previdenziali all’INPS e destinatari, da quest’ultimo Ente, di una pensione pienamente dignitosa.
Come CoAS Medici Dirigenti, abbiamo denunciamo più volte, sin dal 2012 con una “prima raccolta firme“, l’assurdità e iniquità di questa doppia contribuzione pensionistica, che grava esclusivamente sui medici dipendenti. L’obbligatorietà della Quota “A”, imposta dall’ENPAM, non trova alcuna reale giustificazione giuridica, né costituzionale.
La nostra Carta fondamentale riconosce il diritto/dovere a una pensione, non a due.
Ricordiamo ancora che la Cassazione, chiamata a pronunciarsi in merito negli anni ’80, si è espressa con una sentenza che definire surreale è poco, sancendo l’obbligatorietà del versamento “per solidarietà“.
Una solidarietà unilaterale, senza alcuna reciprocità, che penalizza sistematicamente chi quella solidarietà è costretto a subirla.
L’ENPAM nasce come Ente a servizio della libera professione medica, e in particolare dei Medici di Medicina Generale. Tuttavia, da anni pretende un tributo fisso da parte dei Medici Ospedalieri, i quali ricevono in cambio un trattamento pensionistico risibile: una rendita che spesso ammonta a poco più di 100 euro al mese per 12 mensilità (ma conosciamo casi da 75 € mensili), per pochi anni (perché poi si muore) e senza tredicesima, a fronte dell’equivalente di oltre 2.000 euro annui versati per quattro decenni.
Questo sistema ha creato una distorsione profondamente iniqua, dove i medici dipendenti contribuiscono al sostegno di un sistema previdenziale da cui ricevono pochissimo, mentre l’intero gettito della Quota “A” (che sfiora complessivamente il miliardo di euro l’anno) può servire anche a finanziare le pensioni dei liberi professionisti.
E non solo.
Le ombre sull’ENPAM non si fermano alla questione contributiva. Diverse vicende economiche poco chiare hanno coinvolto la Fondazione nel corso degli anni:
dalla vendita in blocco di 4.800 appartamenti esistenti in Roma e Milano,
Immobili comprati la mattina ad un costo inferiore a cui sono stati rivenduti la sera,
all’acquisto di un terreno nella periferia della Capitale per 47 milioni di euro, poi svalutato a 750mila euro perché vincolato come area archeologica.
A queste si aggiungono le performance tutt’altro che brillanti nella gestione del patrimonio, che oggi viene dichiarato consistente in circa 25 miliardi di euro, ma con rendimenti (talora) inferiori a quelli garantiti dai semplici Buoni Ordinari del Tesoro.
Infine, non possiamo tacere sulla gestione della governance:
il Presidente dell’ENPAM, MMG in pensione, percepisce oltre 650.000 euro l’anno grazie al cumulo della presidenza di cinque diverse società in cui è stata suddivisa la Fondazione stessa.
Davanti a questa situazione, continuiamo a chiedere:
- Una riforma strutturale dell’obbligo contributivo per i Medici Dirigenti dipendenti del SSN, che è uno dei tanti motivi della disaffezione per gli Ospedali dei Medici ospedalieri, gravati da questa Imposta percepita come “fondi perduti“;
- La fine dell’obbligatorietà della Quota “A” per i medici già iscritti ad altro Sistema Previdenziale Pubblico;
- Maggiore trasparenza e vigilanza nella gestione delle risorse ENPAM;
- Un sistema equo e proporzionato di prestazioni pensionistiche, che rispetti il principio costituzionale di equità.
Come CoAS Medici Dirigenti, non accettiamo che la solidarietà venga usata come paravento per perpetuare un sistema visto come lesivo degli interessi di una intera categoria chiaramente in difficoltà; Sistema spesso messo in discussione, opaco e percepito come dannoso per migliaia di medici italiani.
La dignità della nostra professione passa anche dal rispetto – da parte dello Stato – per il lavoro reso, i contributi versati, il rispetto dei diritti di chi ogni giorno opera solamente all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.
Su questa situazione conflittuale che va avanti da ormai almeno 40 anni, cioè dagli anni 80 del secolo scorso, lo Stato ha (o avrebbe) la possibilità di intervenire; in questo lungo periodo, sono stati innumerevoli i tentativi di cambiare le cose attraverso class-action, petizioni, disegni di legge, ricorsi giudiziari, ma l’ENPAM ha sempre resistito chiudendosi dietro scelte del C.d.A. approvate sempre dal Dipartimento Ministeriale che ha (o avrebbe) potere di controllo sulle attività degli Enti di previdenza privata, ma le decisioni del C.d.A. sono state sempre approvate.
Ricordiamo ai pochi Medici Dirigenti che sono giunti fino a qui nella lettura, che i rappresentanti dei maggiori Sindacati dei Medici della dipendenza occupano da sempre almeno due posti nel C.d.A. di ENPAM, ma non risulta nessuna loro iniziativa di difesa della categoria che dovrebbero rappresentare.
Quando date forza ad un Sindacato con la Vostra firma sul modulo di iscrizione, pensateci, state approvando indirettamente questo “stato di cose”.



