Roma, 22 ottobre 2025
Ringraziamo il quotidiano Domani e il giornalista Giulio Cavalli per aver portato all’attenzione del grande pubblico la Deliberazione XII/4986 del 15 settembre 2025, approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia.
Questa delibera anticipa verosimilmente quello che potrebbe diventare l’indirizzo evolutivo della “Questione Sanità” in Italia.
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Un cambiamento di metodo: dalle leggi nazionali alle delibere regionali
Fino a pochi anni fa – almeno fino al 2013 – le principali modifiche normative in materia sanitaria venivano introdotte tramite leggi discusse e approvate in Parlamento.
Oggi, invece, sembra che la spinta all’innovazione (o alla trasformazione) arrivi dal livello regionale, con provvedimenti che nascono localmente e si diffondono poi “per contiguità” alle altre regioni.
Questo cambio di paradigma segna una progressiva regionalizzazione delle politiche sanitarie, con il rischio di un sistema frammentato e disomogeneo, in cui la tutela della salute rischia di non essere più garantita in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Perché in Lombardia per prima?
Non sorprende che la Lombardia sia la prima regione ad aver introdotto questa novità.
È infatti il territorio dove fondi e polizze assicurative sanitarie integrative sono già ampiamente diffusi, anche attraverso formule di welfare aziendale che includono coperture per i dipendenti e le loro famiglie.
La disponibilità di queste risorse è ormai percepita come un benefit di valore, un vantaggio competitivo nel pacchetto retributivo.
Non a caso, la stampa ha già ribattezzato la misura “Super-Intramoenia” — un termine che da solo racconta la direzione del cambiamento.
Cosa prevede la Delibera XII/4986
Il provvedimento approvato dalla Giunta Regionale della Lombardia rappresenta un passo significativo verso l’integrazione tra sistema sanitario pubblico e sanità integrativa (fondi, mutue, assicurazioni).
La delibera nasce dal riconoscimento di un dato evidente: un numero crescente di cittadini ricorre a forme di assistenza integrativa, spesso tramite fondi o assicurazioni private, per accedere più rapidamente a prestazioni specialistiche.
In questo contesto, la Regione ha deciso di regolamentare la partecipazione delle strutture pubbliche (ASST e IRCCS) a questo nuovo mercato delle prestazioni “integrative”, aprendo loro la possibilità di convenzionarsi con fondi e assicurazioni.
Il lato positivo
- Potenziale valorizzazione delle strutture pubbliche, che potranno offrire servizi in un mercato in espansione;
- Maggiore fidelizzazione del personale sanitario, grazie a nuove opportunità professionali e retributive.
Il rovescio della medaglia
- Saturazione degli spazi ALPI (Attività Libero Professionale Intramoenia), che ridurrebbe la possibilità di acquistare prestazioni aggiuntive per le liste d’attesa CUP;
- Allungamento dei tempi per l’attività istituzionale;
- Rischio di sanità a due velocità, dove chi ha una copertura integrativa ottiene priorità di accesso rispetto a chi ne è privo.
I documenti approvati
La Delibera XII/4986 approva due testi fondamentali:
- Linee guida per l’attività aziendale in regime di sanità integrativa;
- Schema di convenzione tra le strutture pubbliche e i soggetti finanziatori (fondi, mutue, assicurazioni).
Durante la fase di revisione dei regolamenti aziendali ALPI, sarà cruciale interrogarsi su alcuni punti chiave.
Le domande aperte
1. Quali vantaggi per le strutture pubbliche?
Sono ipotizzabili benefici economici (nuove entrate), ma anche rischi di sovraccarico e distorsioni organizzative.
2. Come si garantisce l’equità di accesso?
La delibera apre a una sanità a doppia velocità, dove la priorità dipende dalla disponibilità di una copertura integrativa.
3. Quali implicazioni per il personale sanitario?
Resta da chiarire come si concilierà questa attività con l’attività istituzionale e quella libero-professionale.
4. Come verranno monitorati gli effetti della misura?
È prevista una ricognizione entro sei mesi — un periodo utile ma insufficiente.
Servirà un monitoraggio costante e pluriennale, per evitare che la misura generi nuove diseguaglianze.
La nostra posizione
Non è la prima volta che assistiamo a tentativi di “integrazione” tra pubblico e privato che, di fatto, spostano gradualmente una parte della spesa sanitaria sulle spalle dei cittadini.
Il principio è chiaro: alleggerire la spesa statale favorendo la partecipazione di fondi e assicurazioni.
Ma questo processo comporta un rischio enorme: trasformare il diritto alla salute in una prestazione a pagamento, accessibile più velocemente solo a chi può permetterselo.
Sì, perché se da un lato le aziende sanitarie trattano con grandi gruppi assicurativi in grado di sostenere i costi, dall’altro i fondi devono generare utile, e quell’utile ricade inevitabilmente sui sottoscrittori delle polizze, cioè sui cittadini.
È un modello che non nasce oggi, ma è parte di una strategia in atto da oltre un decennio per spostare la spesa sanitaria dal bilancio pubblico a quello privato.
Uno scenario preoccupante
Tutto questo accade in un momento storico in cui il potere d’acquisto delle famiglie è in forte calo, e la capacità della classe media di sostenere ulteriori costi sanitari è limitata.
In queste condizioni, l’espansione delle assicurazioni private non può che aumentare le diseguaglianze e indebolire ulteriormente il Servizio Sanitario Nazionale.
Il CoAS Medici continuerà a monitorare l’evoluzione della normativa e i suoi effetti concreti, perché questa delibera potrebbe rappresentare un precedente pericoloso per la sanità del futuro.
Vi terremo aggiornati.
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